Quando
partimmo, trombe e tamburi suonavano per noi; la gente riempiva le
strade per vederci marciare, per salutarci agitando le mani.
Il
presidente, esaltando la nostra partenza, venne di persona a
dichiarare, con la fascia sul petto: «I nostri occhi guardano a voi:
siete voi la nostra speranza, siete voi il nostro futuro!».
A noi che eravamo il futuro lasciò una promessa di eterna riconoscenza, titoli onori e medaglie al valore.
Anche
il vescovo benedisse la nostra partenza, e benedisse le nostre persone,
benedisse le armi e le divise e la nostra bandiera che garriva al
vento, dei suoi colori.
«Vi manda il Cielo» ci disse e intonò l’alleluja»
Le donne piangevano per noi e gridavano e sussurravano: «Tornate presto, via aspetteremo qui!». E disprezzavano chi rimaneva.
Trombe
e tamburi e la banda alla stazione. La banda alla stazione, quando il
treno partì. E noi partimmo con una promessa di gloria e una promessa
d’amore.
Quando
tornammo ci fu per noi il brusio annoiato della città; la gente volse
lo sguardo per non vederci passare, e silenziosa sparì dietro ai
portoni.
Il
presidente, esecrando la nostra partenza, mandò a dire per lettera: «I
nostri occhi sono rivolti ai giovani, che sono il futuro, la nostra
speranza!»
A noi che eravamo il passato non fece alcuna promessa, solo si fece una scritta sul marmo per chi di noi non era potuto tornare.
Anche
il vescovo riprovò la nostra partenza, e riprovò le nostre persone,
riprovò le armi e le divise e la nostra bandiera che lacera piegava a
terra, sporca di sangue.
«Vi perdoni il Cielo» ci disse e se ne andò.
Le
donne non si ricordavano bene di noi per noi e ci dicevano con durezza:
«Ci siamo sposate con chi di voi non è partito, avremmo dovuto
aspettare voi?»
Trombe
e tamburi e la banda in stazione. La banda in stazione, quando il treno
partì. E noi partimmo con una promessa di gloria e d’amore, e chi
rimase ebbe soltanto il disprezzo.