Che io scriva di guerra questo si sa. Ma di quale e di come io ne scriva... non è chiaro.
Ma come potrei essere chiaro, stando in questa fortezza ormai da anni?
Ma che guerra è poi questa? fatta di reggimenti che partono all'alba, chiamati
senza uno squillo di tromba, senza un motivo, mandati verso deserti
senza nemico. Verso quei tartari, che quando arrivano...
Che guerra è mai questa che non ha un fronte
preciso, che non ha divise, non ha cannoni? E i generali giocano a
carte fra loro, mentre infuria tremenda la battaglia.
In questa guerra si muore soli, sudati e soli, nel silenzio di una stanza, col nemico a marciare dentro a noi stessi.
E i cannoni e le bombe sulle terrazze di
Sebastopoli, esplodono lontani, sui bastioni di Feltre, scoppiano come
in un sogno, ovattati. Tenui, sottili.
E le pompe e le sonde iniettano, insufflano, e gli
aghi forano, sopra un campo di battaglia che è ormai esangue, pallido
malato, e senza aiuti.
Che guerra è mai questa in cui il nemico alle
cinque siede a tavola coi nostri generali, per sorbire il tè, prima di
farci morire?
Caos e confusione, idiozia e corruzione.
Una guerra perversa di padri e di madri e di figli, col fronte segnato tra la camera e il salotto.
Una guerra di aviatori che provano il rossetto prima di sganciare le bombe su Belgrado.
Una guerra di chiacchieroni e di incapaci. Di immondizia e di colera.
La nausea mi prende e la maliconia.
Sono un capitano. Sono un soldato.
Osservo il deserto dalla ridotta. Un cavallo s'è visto la notte scorsa correre via lontano...