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    August 07

    una tromba

    Una tromba, non forte, squillò
    la sentii soltanto io, disse poi sottovoce
    una tromba squillò
    di un suono non forte
    la udii solanto io
    disse lui sottovoce
    e poi ci fu il silenzio
    ma che silenzio!
    la caserma, se caserma poi fosse quella davvero, si fece deserta...
    nessuno vociò nella corte
    nessuno passò
     
    plif plof faceva cadendo dai rubinetti, a gocce a gocce, l'acqua nelle latrine
    come clessidra
    Cercavo uno sguardo
    disse
    nella immensa fortezza
    una voce un passo una mosca
    ma non vi era nessuno
     
    per me aveva dunque suonato la tromba
    soltanto per me
    nel sonno
    forse
    e intravidi l'alba.
    December 27

    dalla fortezza

    A chi dimora nella fortezza
    A chi marcia nel deserto
    Alle sentinelle della ridotta
    A tutti i fratelli in armi
    A chi combatte contro la morte
    A chi combatte il dolore
    A chi combatte l’ingiustizia
    A chi accetta per sé la morte il dolore e l’ingiustizia
    A chi combatte il Nemico
    A chi soccorre i feriti
    A chi seppellisce i caduti
    A chi sussurra dolci speranze sotto i cannoni
    A chi scrive ai suoi cari
    A chi stringe al suo petto una piccola vita
    A chi costruisce trincee
    A chi abbatte le muraglie nemiche
    A chi addestra le reclute
    A chi sta per raggiungere il fronte
    A chi si è battuto con onore
    A chi non ha resistito e a disertato
    A chi mantiene le posizioni
    A chi resiste
    A chi si prepara all’assalto
    A chi ritorna alla sua casa
    A chi rimane
    A chi ha la gavetta vuota
    A chi divide il suo rancio con chi non ne ha
    A chi ha la divisa macchiata
    A chi ha molte medaglie
    A chi indossa una divisa
    A chi studia dei piani d’attacco
    A chi distribuisce le munizioni
    A chi punta il fucile
    A chi scruta l’orizzonte
    A chi si è perduto nella notte
    A chi scorge i cavalli dei tartari avanzare dal deserto
    A tutti i fratelli di buona volontà
    Pace Pace Pace
    Pace ai vostri cuori
    Sotto questi bastioni è nato Dio.
    November 29

    Il Santo Graal

    Quattro, sette, dodici cavalieri partirono diretti verso i più lontani sistemi solari.

    Quattro, sette, dodici astronavi solcarono il cielo puntando la prua verso lo spazio infinito e profondo.

    La Cerca si estese fin oltre l’immenso Cosmo dei sette cieli, fin oltre le stelle più lontane e sconosciute.

    Si videro agire le oscure potenze della notte, le forze arcane e misteriose del Drago primordiale.

    Vi furono memorabili duelli e scontri spaventosi.

    Poi tutto ebbe a finire.

     

    Ritornò in patria un solo cavaliere. Tornò un’astronave sola.

    Vi erano là dodici dei suoi fratelli, tutti raccolti attorno ad una mensa di legno e sassi. Sopra la mensa stavano un calice di vino ed un pane spezzato.

    Col vino del calice e col pane spezzato il cercatore poté  ristorarsi e non ebbe mai più né sete né fame.

     

     

     

    September 04

    soldatini


    Sopra il soffice verde tessuto del divano il ragazzo cominciò a schierare i suoi primi soldatini. In cima a un cuscino foderato di giallo egli piazzò una coppia di piccoli cannoni da campo. Puntavano contro la possente barriera di un paio di guanciali dicolore azzurro innalzati in verticale a formare, con lo schienale del divano, una muraglia quadrata. Dietro ad essa, come in un forte, stava la postazione degli ometti di plastica grigia.

        Attorno ai cannoni schierò poi dei marines col fucile spianato, con la mitraglia, pronti all’azione, pronti all’assalto della fortezza tedesca.

        Disposti gli americani ad uno ad uno, digradando in segreto dalla collina del cuscino fin giù alla seduta del divano, il ragazzo collocò i suoi piccoli tedeschi. Li mise nascosti dietro i cuscini della fortezza, i più a riposare o ad attendere alle loro faccende d’ufficio, alcuni, le sentinelle, li pose sopra i morbidi bastioni a far la ronda.

        Dalla stanza vicina proveniva il famigliare rumore dell’acqua che scroscia nel secchiaio e l’acciottolio nervoso delle stoviglie. Il canarino cantava a squarciagola.

        Tutto era pronto, e infatti gli americani si mossero verso la fortezza tedesca. Una cauta pattuglia di marines avanzò verso il forte, quattro uomini decisi, pronti a tutto. Si arrampicarono nel punto meno sorvegliato dei bastioni e con fulminea rapidità sgozzarono una sentinella grigia. Tutto bene. Come gatti nella notte si apprestavano all'azione, quando ad un tratto partì un colpo di fucile. La sorpresa era fallita. Dall’interno della fortezza, si udì il metallico clamore degli ordini: Actungh! Alarm! Schnell! Feuer!

        I quattro della pattuglia verde, individuati dai fari del forte, furono rapidamente abbattuti a colpi di mitraglia dai panzergrenadier.

        La fortezza si dispose tutta per resistere all’urto degli assalitori. Dalla collina partirono, infatti, come previsto i primi colpi di cannone.

        In pochi minuti la battaglia aveva già lasciato sul campo diversi soldatini. I più erano di colore grigio.

        Terminata la preparazione dell’artiglieria, gli americani reputarono di poter dare l’avvio all’assalto della fanteria. Non molti tedeschi dovevano essere sopravissuti di la dei cuscini.  Si trattava di finire uno sporco lavoro.

        I marines discesero la collina e si portarono in ordine all’ingresso della base nemica. Sicuri della vittoria ormai conseguita. Non appena i primi dei verdi furono entrati si scatenò un fuoco terribile. Ad uno ad uno gli americani cadevano di qua e di là del muro come birilli. La risposta americana fu altrettanto terribile, un fuoco parimenti serrato travolse i soldatini tedeschi. Un autentico massacro si stava compiendo.

        Il canarino smise per un istante di cantare, come impressionato dalla scena tremenda. E la televisione fu accesa, in tempo per la sigla del telegiornale. Una vespa finita per sbaglio in cucina, vi ronzava disperatamente e cercava il modo per tornarsene in giardino.

        La strage era al culmine. Mentre i piatti erano stati tutti lavati e il rubinetto taceva, solo pochi dei tedeschi erano sopravvissuti alla carneficina. Non molti erano gli americani, ma ricevettero l’ordine spietato di non lasciare vivo nessuno nella fortezza. E in effetti la fortezza era ormai conquistata. Gli ultimi cinque tedeschi avevano dovuto ripiegare, non visti, all’esterno di essa, ma avvistati infine da una pattuglia americana si videro costretti ad un’ultima disperata difesa. Lanciando granate e sparando a più non posso davano fondo a tutte le loro risorse.

        Pur casuale e di fortuna la trincea dei tedeschi, riparata dalle pieghe di una coperta di lana, fu loro favorevole, perché gli assalitori cadevano senza sosta sotto i colpi dei fucili. Solo uno dei grigi fu colpito e morì nel primo attacco.

    L’assalto tuttavia proseguiva, più feroce che mai; altri due tedeschi furono colpiti nella seconda ondata, ma appena dopo una loro granata raggiunse il bersaglio e fece balzare in aria, come uno solo, i corpi di plastica di ben sei soldati americani.

        La battaglia era finita. I due marines superstiti, i due soli salvatisi dalla strage, ricevettero l’ordine di ritirarsi, di abbandonare ritirare, il campo, e risalirono mesti la collina.

        I tre tedeschi rientrarono allora nella fortezza devastata. Non avevano ceduto.

        Intanto era finito anche il telegiornale: di altre guerre avevano parlato, storie di ebrei, di arabi, di palestinesi, storie di brigate rosse, di mitragliette e di carabinieri uccisi.

        Adesso però era la volta del film, così dalla collina fu tolta l’artiglieria, i morti finirono ciascuno dentro la propria scatola e i vivi furono rinchiusi con loro. Il ragazzo, rimesso in ordine il divano, ci si sdraiò sopra e attese l’inizio del film.

    September 02

    Il messo

    «Signore, è arrivato il messo imperiale. »

    «In queste condizioni che siamo? Ma come diavolo avrà fatto a venire fin qui? »

    «Non lo so signore, ma è di la che l’attende. »

    «E va bene, fallo entrare e poi raggiungi gli altri sugli spalti.»

    «Agli ordini signore!»

    Il tenente Angeli entrò nella stanza e salutò portando la mano al berretto.

    «Non mi aspettavo un messo, tenente, è da tanto che non se ne vede uno quaggiù in frontiera. A dire il vero qui non ci aspettiamo più nulla, solo di morire. Ha visto che sfacelo è la fortezza?»

    Il tenente non si era mosso dall’ingresso, pareva una statua di cera, rigido e segnato da uno strano pallore. Lo si sarebbe detto malato, ma anche così, forse per l’eleganza della sua divisa turchina, forse per i lineamenti del volto decisamente belli, forse per la sua giovinezza, aveva un aspetto che rimaneva immensamente lontano dallo squallore in cui si trovava immerso. La sua bellezza e la sua eleganza lo rendevano alieno ai volti scavati dei soldati, alle loro divise logore, e al complessivo senso di sfacelo che caratterizzava ogni angolo dell’avamposto.

    Il capitano notò la rigidezza e scambiandola per impazienza sbottò:

    «Su avanti, mi dia gli ordini che deve darmi e si levi dai piedi, almeno lei che può.»

    «Capitano, gli ordini lei li conosce già, sono “Resistere fino all’ultimo uomo, non cedere la bandiera, tenere le posizioni.”»

    «E allora, non sarà mica per questo che lei è venuto fin qui? Solo per dirmi questo?

    «Venga tenente, guardi, guardi là fuori… Ecco i bastioni della fortezza visti da questa parte, li vede? Bello spettacolo vero? Non c’è quasi più nulla ormai… Il nemico entra ed esce come vuole. Muri crollati, macerie.»

    Così dicendo spinse col braccio il giovane ufficiale verso una feritoia e gli indicò i resti dei bastioni meridionali.

    «I caduti non si seppelliscono neanche più. E guardi, guardi là, lo vede quello straccio schifoso, quella cosa lassù che cenciola verso il basso come un fazzoletto sporco? Ecco quella, quella roba, è la nostra bandiera… Lo vede Angeli, non ha più senso che lei venga a riferirmi dei vecchi ordini risaputi in questo avamposto disgraziato.

    «Non lo sa il nostro imperatore che qui siamo tutti perduti ormai, che qui siamo già morti e sepolti da un bel pezzo?»

    «Capitano…»

    «No aspetti, tenente, aspetti le voglio far vedere ancora una cosa: ecco, guardi dalla torretta, ecco là, li vede quei pochi uomini malconci? Quelli sono tutto il contingente che ho a disposizione per… per, come dice lei, “resistere fino all’ultimo, per non cedere la bandiera” – ah, la bandiera!- e per “tenere le posizioni.”»

    «Capitano sono venuto a dirle che la fortezza non è perduta. L’imperatore sta mandando i rinforzi, batterie leggere e pesanti e nugoli di cavalleggeri, e file immense di fanti ben armati che già sono in marcia per raggiungervi.

    «E non è tutto capitano, presto anche lei potrà tornare alla capitale, perchè il nostro amato sovrano la vuole incontrare. Ecco, questo le dovevo dire.»

    Il capitano tacque, guardò le mura sbrecciate. In quel momento una cannonata nemica fece crollare l’ultima torretta. Vi era un ritmo regolare di botti e di crolli.

    Le mosche ronzavano girando come delle ossesse per la stanza sbattendo qua e là come impazzite. Nel fosso sotto la santabarbara a nugoli densi si alzavano e si posavano sui cadaveri ammucchiati. Dai muri sporchi di sangue, dalle postazioni cadute, da sotto le macerie proveniva un intenso odore di morte, di sangue raffermo, che pervadeva ogni recesso della fortezza.

    Gli ultimi soldati barcollavano ubriachi, incespicano cantando bestemmie e oscenità e finivano col crollare sui i feriti e sui cadaveri insepolti. Di là del muro, da oltre il vallo, si udiva l’odiosa raffica delle risate, grasse, bestiali, divertite dei nemici. Risate cattive.

    «Ma cosa mi sta dicendo tenente? Cosa diavolo mi sta dicendo? Ma che cosa vuole salvare di questo schifo, il nostro sovrano? Ma non lo vede che non c’è più nulla da salvare?»

    «Tenente!» Grida il capitano «Tenente, io non ho più una fortezza, dica al nostro imperatore che qui tutto è perduto, che le sue truppe arrivano tardi. Che questo posto è un letamaio, gli dica, indegno del suo nome! Gli dica piuttosto di aver pietà di questo capitano e dei suoi soldati. Gli chieda semmai di far seppellire i nostri corpi, senza onori, giusto giusto che i corvi smettano di farne questo macabro scempio.

    «Io l’ho persa la mia guerra, ho perso la mia fortezza, e i miei uomini, ho perso tutto! Dica questo al nostro amato imperatore. E gli dica anche che non ho servito bene né lui né la patria. Che ho fallito che ho sbagliato, che sono stato ingannato come un bambino, che non ho vegliato a dovere. Mi sono lasciato tradire come un idiota. E poi... e poi basta, tenente, basta! stiamo solo perdendo il nostro tempo, e non è bene, anche oramai se il mio non vale un granché.

    «Se ne vada fin che è in tempo, tenente; vada via di qui, lei ha finito la sua missione, torni alla capitale a riferire della sconfitta. Le armate dell’impero forse trionferanno, ma non per noi che non le vedremo più.

    «Non dica così capitano, abbia fiducia, il nostro…»

    «Fiducia? », lo interruppe il capitano, «Ecco, Angeli, questo sangue che macchia la mia camicia, lo vede? Fu tre giorni fa, la fucilata di un cecchino mentre osservavo la collina, e adesso è tutto infetto. Tra poco io sarò morto, durerò un giorno o forse due, ma non ho speranze. Che fiducia vuole che abbia? Anzi sa che le dico tenente?

    E così dicendo il capitano infilò la mano in una tasca e ne estrasse un oggetto rosso e lucente

    «Questa è la mia croce, ecco Angeli, la prenda e la restituisca al nostro sovrano. E gli dica che non ne sono stato degno, ai generali dica che non …»

    Ma non finì la frase, sospirò, tacque e abbassò lo sguardo. La mano porgeva la croce al tenente, ma questi, dopo un istante di esitazione, portò la mano al berretto.

    «Agli ordini, capitano» disse, girò su se stesso e si avviò verso la porta.

    Appena fu uscito la voce del capitano risuonò cupa alle sue spalle.

    «Aspetti tenente, aspetti... »

    «Dica capitano… »

    «Faccia sapere al nostro imperatore che attendiamo con fiducia il suo aiuto.»

    «Agli ordini signore.» rispose il tenente con un sorriso sulle labbra. E se ne andò.

     

    Appena giunse l’alba un pallido raggio di sole penetrò la caligine e il polverio denso dei bastioni disfati. Da lontano, da nord, si sentiva venire un crescente fragore di trombe e di tamburi. Finalmente una sentinella mandò uno scomposto segnale di esultanza.

     

    30 agosto 2008

    il segreto della fortezza


    Che altro è mai questa Fortezza se non la mia stessa vita? Il baluardo e la prigione, al medesimo tempo, d’ogni mia cosa, la mia sicurezza e la mia solitudine, la mia sola speranza di conservazione in questo mondo.

    Rinchiuso in essa io conduco la mia esistenza, osservando con pazienza le valli e le cime, osservando ogni accadere con occhio attento di sentinella; osservando con costanza l’immenso inquietante futuro: l’immenso Deserto che mi si para davanti.

    È, quel Deserto, lo sterminato orizzonte dei giorni, dei giorni a venire, di dove, ad un’alba che non posso sapere, verrà la mia fine.

    Già più d’una volta i cavalli dei Tartari, del mio nemico, si sono fatti vedere, sintomi loro della mia morte futura, della sconfitta, che non sarà una sconfitta.

    Anni fa. Ero pronto alla lotta e smanioso anni fa, ero forte, curioso, vorace. Il nemico lo cercavo ben oltre le mura del Forte. In continue spericolate sortite. E il Forte aveva le mura ben salde, le truppe più fresche e mille sentinelle lo vegliavano agli spalti. Anni fa.

    Ma, a mano a mano che la pista del Tartaro s’è avvicinata ai miei occhi, a mano a mano che la pugna si è fatta più vicina, io mi sono accorto che le mura del mio rifugio si sono infiacchite, che gli organici della Fortezza si sono via via assottigliati, e che il mio corpo, il mio stesso corpo col crescere dei gradi sulla divisa, si è fatto più stanco e malato.

    Ora osservo il nemico a poche miglia dalle mie mura venire sicuro, col passo lento e inesorabile di sempre, avanzare. Osservo la partenza dei miei migliori soldati per altri fronti…

    Proprio ora che i Tartari stanno arrivando. Ma non sarò sconfitto.


    L'alba della sentinella

    Quando chiusi gli occhi vi rimase fissata nel fondo l'ombra tetra della notte, le sagome scure dei corvi qua e là sparse fra le croci, fra i cadaveri dei compagni caduti, sulle mura ferite dei bastioni, sulle trincee ricolme di morte. Vi lasciavano piccole impronte le zampe sulla neve.

    Chiusi gli occhi mentre le membra e il cuore si spegnevano, rapiti dal gelo notturno.

     Quando li riaprii vi fu un batter d'ali di farfalla sul mio viso, un tiepido sole e prati in fiore.

    Si destavano i dormienti tra le fresche erbe d'aprile, e voli di passeri e d'usignoli e canti e pigolii sotto l'arcobaleno rallegravano l'aria.

    Vidi lì accanto, piegata per sempre, la mia grigia divisa di soldato e abiti nuovi addosso al mio corpo.

    Al suono di una tromba mi ero destato? La guerra era finita, era finita per sempre? il nemico era dunque battuto?

    Ovunque la nostra candida bandiera si alzava sulle colline.

    ma quale guerra?

    Che io scriva di guerra questo si sa. Ma di quale e di come io ne scriva... non è chiaro.

     Ma come potrei essere chiaro, stando in questa fortezza ormai da anni?

     Ma che guerra è poi questa? fatta di reggimenti che partono all'alba, chiamati senza uno squillo di tromba, senza un motivo, mandati verso deserti senza nemico. Verso quei tartari, che quando arrivano...

    Che guerra è mai questa che non ha un fronte preciso, che non ha divise, non ha cannoni? E i generali giocano a carte fra loro, mentre infuria tremenda la battaglia.

    In questa guerra si muore soli, sudati e soli, nel silenzio di una stanza, col nemico a marciare dentro a noi stessi.

     E i cannoni e le bombe sulle terrazze di Sebastopoli, esplodono lontani, sui bastioni di Feltre, scoppiano come in un sogno, ovattati. Tenui, sottili.

    E le pompe e le sonde iniettano, insufflano, e gli aghi forano, sopra un campo di battaglia che è ormai esangue, pallido malato, e senza aiuti.

     Che guerra è mai questa in cui il nemico alle cinque siede a tavola coi nostri generali, per sorbire il tè, prima di farci morire?

     Caos e confusione, idiozia e corruzione.

    Una guerra perversa di padri e di madri e di figli, col fronte segnato tra la camera e il salotto.

    Una guerra di aviatori che provano il rossetto prima di sganciare le bombe su Belgrado.

    Una guerra di chiacchieroni e di incapaci. Di immondizia e di colera.

     La nausea mi prende e la maliconia.

     Sono un capitano. Sono un soldato.

    Osservo il deserto dalla ridotta. Un cavallo s'è visto la notte scorsa correre via lontano...

    Quando partimmo

    Quando partimmo, trombe e tamburi suonavano per noi; la gente riempiva le strade per vederci marciare, per salutarci agitando le mani.

     

    Il presidente, esaltando la nostra partenza, venne di persona a dichiarare, con la fascia sul petto: «I nostri occhi guardano a voi: siete voi la nostra speranza, siete voi il nostro futuro!».

    A noi che eravamo il futuro lasciò una promessa di eterna riconoscenza, titoli onori e medaglie al valore.

     

    Anche il vescovo benedisse la nostra partenza, e benedisse le nostre persone, benedisse le armi e le divise e la nostra bandiera che garriva al vento, dei suoi colori.

    «Vi manda il Cielo» ci disse e intonò l’alleluja»

     

    Le donne piangevano per noi e gridavano e sussurravano: «Tornate presto, via aspetteremo qui!». E disprezzavano chi rimaneva.

     

    Trombe e tamburi e la banda alla stazione. La banda alla stazione, quando il treno partì. E noi partimmo con una promessa di gloria e una promessa d’amore.

     

    Quando tornammo ci fu per noi il brusio annoiato della città; la gente volse lo sguardo per non vederci passare, e silenziosa sparì dietro ai portoni.

     

    Il presidente, esecrando la nostra partenza, mandò a dire per lettera: «I nostri occhi sono rivolti ai giovani, che sono il futuro, la nostra speranza!»

    A noi che eravamo il passato non fece alcuna promessa, solo si fece una scritta sul marmo per chi di noi non era potuto tornare.

     

    Anche il vescovo riprovò la nostra partenza, e riprovò le nostre persone, riprovò le armi e le divise e la nostra bandiera che lacera piegava a terra, sporca di sangue.

    «Vi perdoni il Cielo» ci disse e se ne andò.

     

    Le donne non si ricordavano bene di noi per noi e ci dicevano con durezza: «Ci siamo sposate con chi di voi non è partito, avremmo dovuto aspettare voi?»

     

    Trombe e tamburi e la banda in stazione. La banda in stazione, quando il treno partì. E noi partimmo con una promessa di gloria e d’amore, e chi rimase ebbe soltanto il disprezzo.

    August 29

    FOIBE

    Dalla ridotta più avanzata, al comando della prima guardia, ho udito stanotte venire dai boschi un lamento. 

    Era il pianto sommesso dei giustizieri, chini sulle gole profonde delle foibe, chini sulle voragini scure e tenebrose, chini sulla nera signora degli abissi, a invocare il perdono dei morti.

     Di laggiù risaliva soltanto il respiro di un silenzio milllenario, talora il flebile mormorio di acque lontane.